Dialogo con Franco Piavoli

 Nel mezzo del cammin di nostra vita capita di domandarci se la via che percorriamo è retta e giusta. Io mi sono più volte ormai posto il quesito ma ora lo pongo anche a te che stai affinando la tua esperienza artistica da tempo. Che cosa ti aspetti dal tuo lavoro?

Vorrei individuare e togliere di mezzo tutto ciò che trovo superfluo dalle mie immagini come dalla mia vita. Cerco una dimensione e un equilibrio che ho imparato a ottenere e a perdere “costruendo” immagini. Poter creare o inventare qualcosa è rassicurante e inquietante al tempo stesso, nel senso che sono consapevole di un risultato relativo, ma persevero perché trovo che sia la ricerca in se ad assumere un significato esistenziale.

Ancora oggi? Che compito ha l'arte nel nostro tempo?

Quello di sempre, avanzare delle ipotesi sulla realtà, sul futuro, ovvero intervenire attraverso la comunicazione culturale nel presente. Produrre immagini corrisponde ad un procedimento di analisi critica della realtà, e induce chi le guarda a interrogare se stesso . L'arte è una delle possibilità di sensibilizzare l'opinione pubblica e promuovere un cambiamento della società in generale, trovare una via autonoma e individuale perché è solo dando senso al proprio esistere che si può arricchire anche quello altrui.

A quali correnti artistiche ti sei ispirata o fai riferimento.

Mi sento più legata a chi -anche nella contemporaneità- mantiene un senso classico della composizione senza tracce nostalgiche o citazioniste . Louise Bourgeois con la sua ricerca intimistica che evidenzia la connessione fra luogo fisico e mentale e Carol Rama che -in ambito pittorico- mette in luce il corpo nella sua essenzialità. Nel campo della video istallazione senza dubbio Bill Viola.

Un elemento costante della tua pittura, fin dalle prime opere è l'eros. La tua pittura è profondamente impregnata di sensualità, sia che rappresenti il corpo umano, o una sua parte, sia che rappresenti un oggetto o un paesaggio, o che astragga fortemente dal reale.

Si, perché l'eros è l'elemento vitale della forma ed è legato a una percezione panteistica della realtà

Ultimamente hai utilizzato anche la fotografia senza mia tradire questa tua urgenza espressiva. Che rapporto c'è tra pittura e fotografia?

Uso la riproduzione fotografica come materia del dipingere in una sorta di osmosi tra fotografia e pittura facendo convivere il dato oggettivo della rappresentazione con la soggettività del gesto grafico o del colore.

Cerco di superare ogni separazione di ambiti e vincoli al purismo tecnico affermando la sintesi del linguaggio in funzione espressiva. Tenendo conto della continua evoluzione dei modelli tecnologici il mondo contemporaneo è sempre più metamorfico e i suoi aspetti sempre più sfuggenti.

Il mio intento è ricercare una relazione con l'oggetto, nel caso specifico della fotografia trovare nella figura una soluzione di continuità un'identificazione emotiva. Vorrei –insomma- riportare l'attenzione sul corpo umano come oggetto empatico che riceve e trasmette senso non in quanto esibito ma in quanto esistente.

Molto spesso anche il paesaggio diventa corpo, figura. Ho realizzato una serie di immagini che ho intitolato appunto “Ipotesi di paesaggio”. Sono orizzonti ma anche corpi assopiti, distesi. Del resto anche tu sei attento al paesaggio, nei tuoi film usi la natura non come semplice sfondo ma come protagonista. La figura è sempre immersa nella natura con la quale stabilisce un dialogo.

Non c'è conflitto apparentemente…

Perché dici apparentemente?

Perché quest'ordine è lì per essere contraddetto dall'ambiguità di ciò che si vede. Amo molto la classicità perché esalta l'armonia e le misure formali. Ma c'è un margine che vale la pena di esplorare spingendosi al limite e cercando il punto di frattura. Voglio dire che amo la pittura di Leonardo ma anche l'opera di chi sovverte le regole, di chi va oltre la misura

La bellezza è ambigua?

La bellezza è un'aspirazione cui difficilmente si può rinunciare, è un desiderio che rimane inappagato, per questo il sentimento della bellezza è accompagnato da una sorta di malinconia, di consapevolezza della precarietà di ciò che stiamo provando. Quando guardiamo un'immagine cerchiamo caparbiamente di riportare tutto al conosciuto perché è rassicurante, ma quando siamo di fronte a ciò che reputiamo bello ci accorgiamo che l'emozione riguarda lo sconosciuto.

Le immagini che creiamo ci guardano e ci interrogano. Che cosa cerchi nell'immagine?

Un'immagine m'interessa, nel migliore dei casi mi emoziona, quando il suo aspetto rimane altamente ambiguo e fortemente articolato tra figurazione e no, quando invece di chiarire concetti evoca dubbi e pone mute domande…

A mio avviso è di fondamentale importanza il modo in cui ci disponiamo a ricevere un'immagine. Spesso la riproduzione iconografica d'un oggetto provoca in chi guarda una reazione emotiva maggiore della vista dell'oggetto stesso, perché l'emozione nasce dall'incertezza attraverso la quale riconosciamo un significato al mondo.

Attingo a questa sfera dell'immaginazione cercando non di scoprire ma di evidenziare il mistero di ciò che chiamiamo “realtà”. Certamente c'è in tutto questo un evidente automatismo che fa prevalere nel messaggio estetico la libertà e il piacere della visione.

Quindi la domanda da porsi di fronte all'immagine non è “cosa rappresenta” ma “che cosa mi provoca”.

 

Antologia Critica

Dal lavoro di Antonella Gandini emerge quella parte nascosta dell’immagine che la rende ambigua, il senso indecifrabile della forma, l’atmosfera in cui l’occhio oscilla tra lontane apparizioni e la concreta fisicità della materia.
Dopo aver frequentato le latitudini del surreale e le metamorfosi della figura la ricerca va oggi concentrandosi sul valore dell’immagine in se stessa, vale a dire sulla capacità di inventare forme autonome partendo da un pretesto iniziale, di cui si annulla via via la presenza e il vincolo.
Filtrata nel sottile cromatismo del bianco e del nero la visione esprime l’ininterrotto passaggio dell’immagine da uno stato di consistenza ad un velo di luce, da un nucleo di segni violenti ad un campo di trasparenze che sembrano coincidere con il nulla. La tecnica che è quella che Gandini assapora da diversi anni, un paziente processo di lavoro che si trasforma nelle sue mani in un evento di raffinate, e talvolta anche compiaciute, trafigurazioni.

Claudio Cerritelli 1996

Tento di avvicinare questi "neri" dell'ultima produzione di Antonella Gandini, che seguono senza contraddizione il suo più noto e investigato lavoro precedente. Non ho la sensazione di uno scarto, ma di una decisa e intenzionale riduzione compiuto da Antonella sull'invenzione - qui davvero nel senso di trovare o rinvenire - e sul croma.

Antonella non aiuta certo il filosofo, ma lo intriga dal momento che inventa cose che preesistono ma che non persistono. In altre parole, fonda la sua gnoseologia nella trasformazione. Antonella interviene su un campo di segni, su un tessuto iconico già dato, per lo più scuro, con i procedimenti della cancellazione e della reminiscenza. Le tecniche sono quelle della decolorazione, della sovrapposizione di una fitta trama di grafemi o di una nebulosa di spruzzi.Queste opere sembrano porre allo studioso il problema che ha agitato per secoli la cultura filosofica ed estetica: il problema del realismo. Che è il problema della relazione tra il mondo delle cose e la loro percezione: "esse est percipi" secondo il Berkeley, esistere significa essere percepito.

La "texture" che ne risulta, tra densità e velature, è continua, non ha interruzioni traumatiche:ogni opera è compatta e omogenea. Da una rappresentazione originaria supposta ad una presentazione per smarrimento... Ed è qui che nascono i problemi. Il mondo reale di cui l'immagine originaria era il simbolo ora ha subito una mutazione: non è più reale. Epicuro designava le immagini come "idola" che si distaccavano dalle cose per imprimersi nell'anima; in altri termini postulava una perfetta corrispondenza tra la realtà e la percezione sensibile. Antonella fa slittare i suoi "idola" da referenti reali a immaginari; non rifiuta la realtà, ma la sottopone ad altri esiti, la trasfigura. Per meglio dire, compie niente meno che una sostituzione di un mondo vissuto e intravisto con un'altro visionario. Ma perchè?

A ben guardare queste opere non paiono eludere una sorta di naturalismo, dacchè questi "corpi" stravolti da chissà quale immaginaria anatomia hanno qualche traccia evocativa, non rappresentano ma ammiccano, alludono ad una loro non perduta natura, ad una mutata apparenza iconica, ma anche a una memoria. L'oblio platonico che accompagna la caduta dell'anima nel corpo si dissolve nella conoscenza in quanto anamnesi", ricordo di un'ontologica similitudine. Giocando un pò sulle omofonie, potremmo direche l'orizzonte figurale di Antonella gioca, appunto, tra amnesie ed anamnesi. Ma perché?

Credo che la scelta di supporti a stampa non sia casuale, bensì sintomatica. E di che? Mi provo a rispondere con un pizzico di azzardo ermeneutico. Le stampe di cui si serve Antonella, siano pagine di rotocalco o fotografie o manifesti, hanno fondi oscuri, magari opachi, sui quali luccicano le trame della grafite coprente; sui quali campeggiano i minuscoli punti dello spray operando tenui suture; ma recano, appunto, immagini da dimenticare. Si sentono i corpi che pulsano ancora sotto queste cancellazioni, sotto queste figure fantasmatiche, che hanno più la suggestione degli enigmi che delle materie, sono cioè più rivolti al senso che ai suoi significanti.Sono insomma delle congetture, come nel corso di una lunga tradizione, mai sopita, di tante esperienze surrealiste che Antonella sente alitare dietro di sé, arretrando sicuramente il registro dall'assurdo all'ambiguo, dal viscerale all'intellettuale

Ne fanno fede i campi neri su cui si accendono i lampi di rimosse ragioni prospettiche, i bestiari delle altre opere di Antonella, qui riportati, mi pare, alla condizione umana, i giochi di una sessualità differita ma fortemente allusiva che invita ad una ricognizione topografica e analogica, come, per azzardo, le "macchie" di Rorschach.

Ho parlato di "congetture", ma intendevo oracoli: la cifra ermetica è aperta ad ogni possibile affabulazione interpretativa. Antonella compie il tragitto alchemico per le sue mutazioni dall'ignobile all'oro in presenza di chissà quali flogisti: é la sublimazione, se vogliamo, dalla banalità dell'iconografia consueta ai suoi riscatti estetici. Scopre di quali profondità si può animare la superfici, di quali movenze si può agitare la fissità dei reperti, ma soprattutto di quali "altri" sensi, di quali avventure del simulare e del conoscere si può arricchire l'universo del simbolico, della menzogna.

Queste opere hanno una tenuta immanente: ci attraggono per la seduzione delle loro grazie morfologiche; ma al tempo stesso suggeriscono una trascendenza, un'uscita verticale dal quadro verso un'oscura misura concettuale. Il mondo della vita è lontano, è tenuto a distanza, ma per virtù allegorica in chi non si appaga di pure epifanie, vibra sotteso a queste configurazioni magmatiche, la cui indeterminazione iconica e sintattica richiama quella dell'esistenza, del mondo.

Eugenio Miccini 1993

Sul piano coloristico esprime un percorso segnato da trasalimenti, come di chi avanza su terreni accidentati e malnoti, interrogando le forme e in cerca d'indizi da seguire. Questo atteggiamento innesca un processo inventivo di chiara marca fantastica, e costituisce l'elemento maggiormente caratterizzante del suo lavoro: il non imporsi all'opera ma lasciarsi guidare dall’opera, interpretando quanto ne viene emergendo, ricavarne appigli e dettagli per procedere. Si tratta di un difficile lavoro di scavo di un'immagine che, a ben vedere, l'artista ripropone di continuo e che trasmette il senso vivo germinante della terra, del suo evolversi nel tempo, del seguire circolare delle stagioni, del microcosmo che si muove in sincrono col cosmo, del cupo e profondo risuonare della vita nel nucleo concavo dello spazio.

Renzo Margonari 1985

Il principio generatore dell'immagine, in Antonella Gandini, è duplice: da un lato, un'adesione, di stampo non compiutamente mimetico, alle forme organiche di derivazione "naturale"; dall'altro lato un attaccamento alla materia "pittorica" che viene faticosamente emergendo.

Le forme di Antonella Gandini, ad una prima lettura, parrebbero racchiudersi all'interno di un’evoluzione della natura stessa. Si tratta di elementi di derivazione per lo più vegetale, che, come per incanto, hanno proseguito l'evoluzione funzionale delle origini. Sono forme nuove, ricaricate (... ) con una immagine diversa, ma essenzialmente, come per l'universo di Borges, appartengono ad uno dei possibili esiti della materia organica. Il fatto che tali esiti non si siano realizzati appartiene alle casualità della storia. (...) Nelle immagini di Antonella Gandini c'è proprio questa compresenza: noi sentiamo la natura. (...) Da qui il senso di panico della rappresentazione, ma anche la sottile inquietudine, la solitudine, alle volte la sofferenza, che esce dalle cupe cromie di Gandini, ma da qui anche la lucida analisi delle nostre paure, che esce dai rigogli di foglie - inventate -, ma non meno vere di quelle mimeticamente traibili dalla realtà. In questa duplicità, in questa contraddizione (apparente), si muove l'immagine di Antonella Gandini, a delineare una molteplicità di sensi che tocca ad ognuno di noi decifrare.

Mauro Corradini 1989

Il venir alla luce è la metafora che meglio esprime l'intenzione artistica di Antonella Gandini. L'immagine che ci raggiunge mentre la leggiamo ha vissuto una medesima metamorfosi nell'artista che l'ha conquistata a partire da un referente sì naturale, ma che le si è imposto per via evocativa non rappresentativa. Il colore è rimasto a denunciarne la matrice, ma s'è caricato di un sentire non saprei dire se più surrealista, nelle sfogliature dei piani; o da ricondursi alla meditazione, condotta per velature, della natura morta barocca.

Mauro Panzera 1989

Gandini es una exploradora de interiores que penetra en la espléndida paisajística que la circunda y la viò nacer, esas tierras en tomo al Lago de Garda que ya describiera el poeta Catulo en el siglo 1 a.C. Antonella Gandini, con delicadeza clásica fuera del tiempo, extrae la esencia y el misterio poético, no de la superficie visible y convencional del paisaje, si no que nos adentra en un microcosmos particular pleno de evocaciones y refinados matices, transcribiéndonos, con elegantes y mórbidos trazos, figuraciones nacidas de emociones intemas, otras realidades, próximas al surrealismo fantastico, liberadas (o aprehendidas?) en la superficie del lienzo o del papel.

Jesus Antonio Rojas 1991

Fiori, minerali, nudi…L'obbiettivo acutamente straniante di Antonella Gandini riesce così a far affiorare dal buio che la circonda e la isola una ricca e inedita morfologia delle apparenze che in ultima istanza è ancora definita, come avviene con la pittura, dall'ambiguità di ciò che si vede…”

E assai più che dalla riproduzione del reale o da qualche sua manipolazione estetizzante, questa tipologia di immagini è estratta dal processo stesso del fotografare, da uno stadio insomma in cui dalla pellicola emergono le forme che prima giacevano inespresse nella materia e che ora si impongono come autentiche “ipotesi sulla realtà”…Quella della Gandini è dunque con ogni evidenza un'unica ricerca sul reale inattesamente venata qua e là nel suo percorso da un impeto conoscitivo e da un brivido quasi metafisico…

“La domanda da porsi di fronte all'immagine- osserva la pittrice con considerazioni che si attagliano ancora una volta sia alla pittura sia alla fotografia- non è “cosa rappresenta” ma che cosa mi provoca…”, e, ribadendo la sua fedeltà alla problematica di un senso sempre aperto e sfuggente: ”L'emozione nasce dall'incertezza attraverso la quale riconosciamo un significato al mondo…”

E altrove la Gandini non esita a evocare “il mistero di ciò che chiamiamo “realtà” rivelando in tal modo una curiosità e un'ambizione che sembrano andare ben oltre la costituzione di un'erotica al femminile.

Di fronte a queste foto da pittrice (e non da fotografo…), tutte segnate da una sorta di concisione enigmatica, lo spettatore dovrebbe così ricordare che la loro bellezza va intesa anche come un colpo di sonda che vorrebbe poter penetrare la relazione della coscienza con ciò che non siamo, con ciò che non sappiamo, con ciò che non vedremo mai: ”La bellezza - scrive con profondità Antonella Gandini - è un desiderio che rimane inappagato.Per questo il sentimento della bellezza è accompagnato da una sorta di malinconia, di consapevolezza della precarietà di ciò che stiamo provando.Quando guardiamo un'immagine cerchiamo caparbiamente di riportare tutto al conosciuto, perché è rassicurante, ma quando siamo di fronte a ciò che reputiamo bello ci accorgiamo che l'emozione riguarda l'ignoto…”

Ivos Margoni 2005

Antonella Gandini lavora sul mistero, sull'ambiguità delle immagini, sui loro significati ulteriori, sulla complessità di lettura della realtà in continua trasformazione. Il richiamo è a certa fotografia diretta, alla straight photography degli anni venti e trenta in cui è l'esaltazione della forma. La sua ricerca è incentrata sulle diverse modalità dell'apparenza, strettamente legata ai complessi meccanismi percettivi che sottendono a ogni nostra azione di quel tipo, in cui la memoria visiva e l'idea dell'oggetto si ripropongono ogni volta. Ma dove un importante ruolo è giocato anche dalle sperimentazioni in camera oscura dove è dato sperimentare le diverse possibilità e dove è permessa la costruzione dell'immagine che da puro indice riesce a divenire icona.

Angela Madesani 2007

Queste opere mi trasmettono un senso di attesa. Sono affinate ma mai fastidiosamente rifinite. Nel gergo fotografico, fin dall’inizio della tecnologia avanzata nel ventesimo secolo, si definì il concetto di “istantanea”. Si confrontava così il tempo lento della pittura e delle prime macchine dell’ottocento con la capacità della macchina fotografica moderna di catturare con velocità l’immagine scelta. Le opere di Gandini rappresentano per me un commento filosofico sull’idea di istante, un pensiero che non sarebbe potuto venirmi in mente cento anni fa. Come l’artista sente e cambia di volta in volta lo strumento della luce, essa anche sente lo strumento del tempo. Le sue immagini posseggono tempi diversi. La mia impressione soggettiva è che ciascuna, fotografata con aperture ampie o ristrette, con scatti lenti o veloci, contiene un tempo misterioso che si proietta nel mio animo come un’attesa immobile, il cui inizio e la cui fine mi sfuggiranno per sempre. Esse esistono in un istante lungo, esilarante nella sua fermezza ma nel contempo sospeso fra il gelo della morte e il fuoco della vita. Le vedo come visioni solitarie ma non aride, erotiche ma senza aneddoto, staccate ma radicate nel mondo.

Lucio Pozzi 2009

Hanno inoltre scritto sulla sua opera :

Paola Artoni, Josè Joaquin Blasco, Paola Bortolotti , Elisabetta Bovo, Francesco Butturini, Paolo Cappelletti, Rino Cardone, Pier Paolo Castellucci, Mario Cattafesta, Claudio Cerritelli, Tsong Zung Chang, Mauro Corradini. Giorgio Cortenova, Paola Cortese, Fiorella Di Giorgio, Claudio Di Scalzo, Maria Teresa Ferrari, Gabriele Fiore, Patrizia Foglia, Antonio Gasbarrini,  Claudio Gentiluomo,Werther Gorni,Giulia Gueci, Diego Gulizia , Fausto Lorenzi, Angela Madesani, Giuseppe Marcoli, Ivos Margoni, Renzo Margonari, Martina Melchiori, Eugenio Miccini,  Nicola Miceli, Donata Negrini, Giorgio Nenci, Emanuela Nicoletti, Paolo Pagliarani, Mauro Panzera, Roberto Pedrazzoli, Franco Piavoli, Lucio Pozzi, Dubravko Pusek, Jesus Antonio Rojas, Valter Rosa , Nanni Rossi, Vanda Sabatino, Carmelo Sammartino, Adalberto Sartori, Liliana Barbara Scanu, Saverio Saveri, Luciano Spiazzi, Giorgio Trevisan, Gianluigi Verzellesi, Beniamino Vizzini.